martedì, 23 giugno 2009

Oggi ho visto un uomo che sta per morire.

Nella sala in cui eravamo riuniti l’atmosfera era tesa già prima che lui arrivasse.

Quel misto di imbarazzo, disagio, quasi un cordoglio anticipato, si leggeva nei visi e nei gesti dei suoi collaboratori e di noi che comunque “sappiamo”.

Il suo aspetto era migliorato rispetto all’ultima volta. I capelli e le sopracciglia ricresciuti.

Ma l’incedere faticoso, gli occhi acquosi, il parlare lento e a tratti biascicato confutavano la labile speranza data dalla prima impressione.

La discussione, che si preannunciava animata, a colpi di richieste di danni e risoluzione di contratti, si è svolta in “un clima collaborativo e di piena disponibilità” come apparirà nel rapporto che sto scrivendo.

Nel rapporto non ci sarà altro.

Non vi sarà l’immagine di un uomo che continua a guidare un’azienda senza nascondersi che non sarà lui a vedere il compimento dei progetti che ha avviato.

Non ci sarà neanche la sua franchezza nell’affrontare problemi di cui conosce l’oggettiva difficoltà condividendone gli sforzi per risolverli invece che scaricarli in convenienti cause legali.

Non vi sarà la serena caparbietà di un uomo che aspettando il verdetto continua a vivere.

Vivere per sé, per la sua famiglia, per il suo lavoro.

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Un lavoro che a me non dà un millesimo della completezza, dello slancio che ho visto nei suoi occhi.

Una professione, che è la mia unica attività esteriore, unico modesto apporto al mondo, svolta anche oggi con quella meccanica apatia di cui sono fatti questi giorni.

Giorni che sono diventati mesi e poi un anno e ancora di più.

Giorni in cui, a più riprese, il vuoto interiore si è espanso, è uscito fuori e come un buco nero continua a riempirsi, sottraendo materia alla vita.

Alla mia e a quella altrui.

Sottrazione in nome di che poi? Di nulla.

Alla ricerca di quello che non sono ancora in grado di dare a me stesso. Amore, perdono, comprensione? Ancora non sono in grado di definirlo.

E di lavoro ne ho fatto. O meglio, di fatica ne ho fatta. E ancora di più ne ho provocata.

Per ritrovarmi a rimirare il mio capolavoro del nulla in espansione.

Perché ormai non occorre che faccia nulla.

Ogni giorno, ora per ora, si amplia.

Si nutre di invidia e gelosia, della frustrazione che deriva da ogni insuccesso.

Risucchia avidamente ogni dettaglio, fino a ieri insignificante.

Quella o quell’altra canzone, le urla dei bambini nel parco, i pantaloni senza orlo.   

Con la consapevolezza costante che è tutta una mia creazione.

 

Un uomo sta per morire ed ha così tanto per vivere da aver messo la parola fine in agenda come uno dei tanti appuntamenti provvisori.

Un uomo che, sapendo di dover morire, vive.

 

Un altro che aveva così tanto per vivere, lo ha demolito, pezzo per pezzo, scendendo sempre più in basso. In un buco che si fa più fondo ogni giorno di più e da cui, se e quando ne uscirà, sarà per ritrovarsi al punto di partenza.

Un uomo che ha ucciso tutto ciò che lo faceva vivere.

 

Che spreco.

 

  

 

postato da: OwenMeany alle ore 18:06 | Permalink | commenti (4)
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lunedì, 30 marzo 2009
Tenersi per mano.
Portare ed esser portati.
Vicendevolmente in mezzo alla gente.

Nello sguardo del cuore.
Agli occhi del mondo.

Non più ombre a sottrarre.
Condividere.
Vivere.
postato da: OwenMeany alle ore 23:11 | Permalink | commenti (6)
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domenica, 22 marzo 2009
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Puntiamo verso il centro di una città acardiaca, sobbalzando sul malefico pavè, cavalcando l'onda di insidiosi binari tramviari tra Smart assassine e Lamborghini tamarri.

Per molti un'impresa di eroismo quotidiano nei giorni feriali. Di sabato sera, quasi uno sport estremo.

Ma se si ha un timoniere metropolitano non v'è nulla da temere.

Da casco a casco volano parole incredibilmente nitide nell'aria milanese. Ironizzando sulle debolezze, comprendendone il costo.

Parlando di politica da dilettanti si scopre la crema di Grom ad addolcire una pizza divorata pensando all'allineamento di pianeti e malanni dell'animo.

Chiacchiere leggere per pensieri pesanti che si stemperano per una sera, più calda di quel che indicano i termometri sui cartelloni pubblicitari.

E c'è tempo per scoprire anche che Clint Eastwood è sempre lui. Sempre di più, per fortuna.
 
Ci si saluta con il pensiero ad una domenica per qualcuno già piena... meglio tacer anche di quel che grava ad altri.

Scorreria da corsari brizzolati per un bottino di semplicità, senza colpo ferire.

Ma dove cazzo trovi un distributore self-service a Milano?!?
postato da: OwenMeany alle ore 23:52 | Permalink | commenti (25)
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venerdì, 20 marzo 2009
Non ne esce una canzone. Con una musica pesante per un testo tanto flebile. Non traspare una poesia. Da emozioni dissonanti che la penna non imbriglia. Non vi è nulla da raccontare. In tante parole che si accalcano per nessuno che le ascolti.

Urlaricordiangosciadolore. Come profondi canyon dell'animo. Microscopiche crepe su un corpuscolo lontano anni luce dal sole.

Alla fine è solamente il silenzio che intrappola, tracciandone i contorni, la consapevolezza di ciò che si è fatto reale ma non accettabile.

Tutto il resto è rumore di fondo. E in superficie non si sente il rumore del fondo.

postato da: OwenMeany alle ore 01:44 | Permalink | commenti (12)
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mercoledì, 18 marzo 2009
Non sogno. Di notte.

Si, secondo la scienza sogniamo tutti e sempre, solamente non tutti lo ricordano.
Va bene, mi sembra accettabile.
Allora non ricordo i sogni fatti durante il sonno. Praticamente mai.
Ci si abitua.
Più difficile abituarsi a come ti senti quando a volte ti svegli. Al mattino o prima.

Guardi Tom Hanks che ascolta la Callas in "Philadelfia" e qualcosa può incrinarsi nel tuo stato emotivo. Causa ed effetto.

Svegliarsi sentendosi dentro cose che non c'erano quando ti sei coricato e non ti sei accorto di quando sono entrate nella stanza crea qualche disagio.

Pensi a cosa ti preoccupa.
A cosa hai mangiato a cena.
Male che vada la spiegazione la cerchi nei meccanismi dell'incoscio.
Tanto passa tutto da lì, no? O perlomeno è difficile dimostrare il contrario.
Anche in questo caso la scienza viene in aiuto.

Ma cosa è successo in quel sogno non lo saprai mai esattamente.
Chi li ricorda i sogni qualche aiutino in più ce l'ha...
Ma ci si abitua anche a questo col tempo.

Di giorno, invece, sogno.
O per meglio dire, faccio progetti, ho aspettative. Al limite mi faccio dei film.
E questi me li ricordo bene.

Quello a cui non mi abituo è l'impossibilità di dissolvere i sogni a cui la sostanza è stata tolta. Almeno a quelli che ho spento io.
 
Azioni, parole, sensazioni soffocano quello che il cuore continua ad alimentare.

Ed al risveglio voglio solo smettere di fare quel sogno aspettando che torni il sonno per lasciare posto, e responsabilità, all'inconscio.
Che per stare bene non deve dare spiegazioni a nessuno. Neanche a me.



Come ci si comporta se, tolta quella che si credeva la maschera, sotto non c'è nulla?
postato da: OwenMeany alle ore 23:03 | Permalink | commenti (12)
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venerdì, 13 marzo 2009
Tutta la vita è un film. Solo che non ci sono le dissolvenze. Sono costretto a vivere ogni singola scena. La mia vita ha bisogno di un montaggio
Mort Sahl


La vita è come una stoffa ricamata della quale ciascuno nella propria metà dell'esistenza può osservare il diritto, nella seconda invece il rovescio: quest'ultimo non è così bello, ma più istruttivo, perché ci fa vedere l'intreccio dei fili
Arthur Schopenhauer


In ogni istante della nostra vita siamo ciò che saremo non meno di ciò che siamo stati.
Oscar Wilde


Ci ho messo tutta la vita a capire che non è necessario capire tutto.
René Coty


Accadono cose che sono come domande ... passano i giorni, oppure gli anni e la vita risponde.
A.Baricco


La nostra vita è un test. Se fosse una vita vera ci direbbero dove andare e che cosa fare.
Leo Longanesi

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giovedì, 12 febbraio 2009

In giorni come questi quando il vento spazza via smog, foschia e scorie anche la pianura più densamente industrializzata d'Europa (ma è ancora così?) sembra quasi vivibile.

Dalla "Bassa" si vede tutto l'arco alpino e l'inizio dell'Appennino, nel piacentino. O perlomeno, sembra di poter veder tutto. E quest'anno la neve incornicia il tutto, puntualmente pittoresca.

Addirittura le nubi, trattenute a stento dietro le cime sembrano straripare solo attorno e sopra al Rosa, incappucciandolo in una spuma candida.

E su tutto la luce, bassa e "aranciata", del mezzo pomeriggio di questo inverno vecchia maniera.

...

Va bene, lo ammetto. Ieri, in auto, si è stabilita una dinamica costruttiva tra la programmazione radio e il mio ipotalamo.

Andiamo avanti.

postato da: OwenMeany alle ore 11:34 | Permalink | commenti (8)
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lunedì, 09 febbraio 2009
Se ora riappendessero alla parete la croce e rimettessero sullo scaffale la costituzione sarebbe perlomeno rispettoso.
Ma ciò non porta consenso, non porta ascolti, non vende.

Ora c'è da capire di chi è la colpa, come è successo, perchè così presto.

Ricostruire, accusare, calpestare, scarnificare.

Il silenzio non fa notizia, non serve.

Questo paese non perde mai occasione per dimostrare che al fondo... non c'è nulla. Si può continuare a cadere.

All'infinito, forse.
postato da: OwenMeany alle ore 23:57 | Permalink | commenti (3)
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mercoledì, 04 febbraio 2009

Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto

Isaak Babel

postato da: OwenMeany alle ore 12:37 | Permalink | commenti (3)
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martedì, 27 gennaio 2009
"Io credo nella teoria dell'unico proiettile. Ci si può innamorare molte volte, ma c'è un unico proiettile con inciso un nome. E se sei abbastanza fortunato da venire colpito da quell'unico proiettile, puoi star certo che la ferita non guarirà più.
...
Nel cuore le cose non finiscono mai."
(Michael Connelly, Lame di luce)

Diverse obiezioni mi sono venute in mente relativamente all'assolutismo di tale affermazione.

Conosco persone che giurano di essere state colpite più volte.
E di esserne guariti, al colpo seguente.

Altri dicono di distinguere la differente profondità delle ferite.
Ma sembra che non abbiano mai sanguinato, se non per graffi al proprio ego.

Ho pensato anche che una distinzione sul calibro fosse necessaria.

Per non parlare del caso che si tratti di una granata: troppo facile ironizzare su quel che rimane.


Ma poi ho pensato che stavo elaborando le riflessioni sentimentali di Hieronymus Bosch.

Tanto vale che ispiri le mie giornate leggendo l'articolo del lunedì sul Corriere firmato da Alberoni!


Piuttosto che tentare di riempire i vuoti con quel che capita è meglio non crearseli.


Babbo Natale mi ha portato un manuale di sopravvivenza... nel senso di vivere al di sopra di certe seghe mentali.

Mi ha portato anche un paio di regali, molto più gratificanti.

Ma solo dopo aver letto il manuale, qualche giorno dopo, ho capito come montarli e farli funzionare.

C'è ancora qualche imprecisione e alcuni dettagli da calibrare, ma vanno che è una meraviglia.

postato da: OwenMeany alle ore 11:56 | Permalink | commenti (6)
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