Oggi ho visto un uomo che sta per morire.
Nella sala in cui eravamo riuniti l’atmosfera era tesa già prima che lui arrivasse.
Quel misto di imbarazzo, disagio, quasi un cordoglio anticipato, si leggeva nei visi e nei gesti dei suoi collaboratori e di noi che comunque “sappiamo”.
Il suo aspetto era migliorato rispetto all’ultima volta. I capelli e le sopracciglia ricresciuti.
Ma l’incedere faticoso, gli occhi acquosi, il parlare lento e a tratti biascicato confutavano la labile speranza data dalla prima impressione.
La discussione, che si preannunciava animata, a colpi di richieste di danni e risoluzione di contratti, si è svolta in “un clima collaborativo e di piena disponibilità” come apparirà nel rapporto che sto scrivendo.
Nel rapporto non ci sarà altro.
Non vi sarà l’immagine di un uomo che continua a guidare un’azienda senza nascondersi che non sarà lui a vedere il compimento dei progetti che ha avviato.
Non ci sarà neanche la sua franchezza nell’affrontare problemi di cui conosce l’oggettiva difficoltà condividendone gli sforzi per risolverli invece che scaricarli in convenienti cause legali.
Non vi sarà la serena caparbietà di un uomo che aspettando il verdetto continua a vivere.
Vivere per sé, per la sua famiglia, per il suo lavoro.
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Un lavoro che a me non dà un millesimo della completezza, dello slancio che ho visto nei suoi occhi.
Una professione, che è la mia unica attività esteriore, unico modesto apporto al mondo, svolta anche oggi con quella meccanica apatia di cui sono fatti questi giorni.
Giorni che sono diventati mesi e poi un anno e ancora di più.
Giorni in cui, a più riprese, il vuoto interiore si è espanso, è uscito fuori e come un buco nero continua a riempirsi, sottraendo materia alla vita.
Alla mia e a quella altrui.
Sottrazione in nome di che poi? Di nulla.
Alla ricerca di quello che non sono ancora in grado di dare a me stesso. Amore, perdono, comprensione? Ancora non sono in grado di definirlo.
E di lavoro ne ho fatto. O meglio, di fatica ne ho fatta. E ancora di più ne ho provocata.
Per ritrovarmi a rimirare il mio capolavoro del nulla in espansione.
Perché ormai non occorre che faccia nulla.
Ogni giorno, ora per ora, si amplia.
Si nutre di invidia e gelosia, della frustrazione che deriva da ogni insuccesso.
Risucchia avidamente ogni dettaglio, fino a ieri insignificante.
Quella o quell’altra canzone, le urla dei bambini nel parco, i pantaloni senza orlo.
Con la consapevolezza costante che è tutta una mia creazione.
Un uomo sta per morire ed ha così tanto per vivere da aver messo la parola fine in agenda come uno dei tanti appuntamenti provvisori.
Un uomo che, sapendo di dover morire, vive.
Un altro che aveva così tanto per vivere, lo ha demolito, pezzo per pezzo, scendendo sempre più in basso. In un buco che si fa più fondo ogni giorno di più e da cui, se e quando ne uscirà, sarà per ritrovarsi al punto di partenza.
Un uomo che ha ucciso tutto ciò che lo faceva vivere.
Che spreco.





